La repressione in Myanmar

I monaci protestano a Myanmar La comunità internazionale si sta muovendo, mentre la situazione nel Myanmar, nell’ex Birmania, resta gravissima. La presenza dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari sembra, per il momento, scongiurare la repressione da parte della giunta militare contro i manifestanti, monaci in particolare. La pagoda di Shwedagon a Rangoon, la più sacra ai buddisti e simbolo della rivolta di una popolazione ridotta allo stremo, non è più circondata dal filo spinato steso la scorsa settimana dai militari, anche se il luogo è ancora sotto stretto controllo dei militari. Secondo le agenzie, risulta difficile che il rappresentante dell’Onu incontri in queste ore il generale Than Shwe, capo della giunta di regime e l’unico in grado di garantire la cessazione della repressione. Ieri lo stesso Gambari ha incontrato invece Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione, arrestata dopo la sua elezione del 1990 e da anni reclusa agli arresti domiciliari. Preoccupa invece la sorte di migliaia di persone arrestate dopo le proteste della scorsa settimana e recluse nelle carcere birmane, non proprio il luogo eletto a difesa dei diritti umani.

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