Myanmar, arresti e omicidi

monaco-ucciso.jpg In Myanmar, ex Birmania, il regime ha pianificato la repressione. Come riporta il sito di PeaceReporter, l’inviato speciale Onu Ibrahim Gambari non aveva ancora fatto in tempo a riferire sulla sua missione al Segretario generale Ban Ki Moon, che il regime dittatoriale birmano aveva già deciso di far capire chi comanda. La Divisione 66 e la 77 sono tornate per le strade della ex capitale e stanno effettuando arresti di massa, secondo quanto riferisce l’inviato coperto della tv araba Al Jazeera. I mezzi militari – riferisce il giornalista – girano per la città con gli ufficiali che gridano dai megafoni: “Abbiamo fotografato i manifestanti! Sappiamo già chi arrestare”. Sono stati avvistati otto camion della Divisione 66, carichi di arrestati, dirigersi verso Insein, dove la Giunta ha allestito 4 campi di detenzione straordinari. “Diversi nostri attivisti ci chiamano per segnalare corpi di monaci (nella foto, uno dei cadaveri ritrovato, ndr.) che galleggiano nelle secche, nei canali e nei golfi vicino al mare” ha detto a PeaceReporter il caporedattore di un sito che raggruppa i dissidenti birmani in esilio. “Questo confermerebbe la voce che i militari, dopo aver prelevato nei giorni scorsi i monaci dai monasteri di Rangoon, li hanno caricati su navi della Marina militare per poi scaricarli in mare aperto”. L’azione di repressione, dunque, non si ferma. La polizia continua ad arrestare gli oppositori del regime: il numero degli arresti ha superato quota seimila, di cui duemila monaci e 100 suore. Secondo le informazioni che riescono a passare la censura, sarebbero rinchiusi nei quattro centri di detenzione, allestiti negli ultimi giorni nella cittadina di Insein, a nord di Rangoon. Mentre Gambari non è ancora rientrato a New York (si trova a Singapore in colloquio col premier dell’isola Li Sien Lung, e presidente di turno dell’Asean, organizzazione regionale che ha definito sabato scorso “rivoltante” la repressione della Giunta) la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kii ha fatto sapere che nei giorni passati i suoi membri arrestati sarebbero 160. L’inviato della commissione Onu per i diritti umani Paulo Pinheiro ha certificato da Ginevra che gli arresti ammontano a “diverse migliaia”.E in mattinata erano giunte le prime notizie di un segnale di ammorbidimento che i militari volevano lanciare alle Nazioni Unite. La Giunta, riferiva da Rangoon l’agenzia di stampa Reuters, avrebbe rilasciato stanotte 80 monaci detenuti finora a Insein, città satellite di Rangoon dove si trova la più grande prigione del regime. Insieme con loro, anche 149 suore vestite del rosa delle religiose buddiste, e sarebbero rientrate a Rangoon da Insein. Il dato è da verificare perché finora agli stessi dissidenti birmani in esilio risultava un numero inferiore: circa cento monache detenute. I religiosi erano stati prelevati sabato nel monastero di Mingala Yama a Rangoon ed erano detenuti in uno dei 4 centri speciali allestit in questi giorni, il Ddi, un ex istituto tecnico trasformati in carcere. Secondo i resoconti dei rilasciati, altri 16 bonzi dello stesso monastero starebbero per riavere la libertà; i rilasciati hanno dichiarato di essere stati insultati e minacciati , ma non brutalizzati. “Ci hanno costretti a togliere il saio color zafferano prima di interrogarci – ha dichiarato ai giornalisti un giovane monaco ventenne appena uscito “ Ci hanno portato in carcere con l’inganno: sono venuti alle due di notte in monastero e ci hanno detto che dovevamo presenziare a un evento caritatevole organizzato dal Governo”. “Stiamo cercando di verificare l’identità di queste persone” hanno detto a PeaceReporter le nostre fonti tra i dissidenti in esilio. “Per adesso a noi risultano soprattutto molti civili rilasciati, e dobbiamo appurare se fossero veramente manifestanti oppositori del regime”.

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