Al Gore, il Nobel pesa sulla Casa Bianca

Hillary Clinton, Al Gore, Barack Obama Persa la via alla politica e battuto dai rivali proprio sulle tematiche ambientali, Al Gore si prende la rivincita con il Premio Nobel per la Pace 2007. L’ex candidato alla Casa Bianca condivide Il riconoscimento più ambito con il Comitato Intergovernativo dell’Onu per i Cambiamenti Climatici (Ipcc), una rete mondiale che raccoglie oltre 2.000 scienziati di tutto il pianeta. Per la verità, Gore, 59 anni, dei quali gli ultimi spesi per l’ambiente, si è già tolto qualche soddisfazione, vincendo un Emmy per la televisione e un Oscar per le sue battaglie verdi. Coerente con se stesso, ha già deciso di devolvere la metà del premio (1,56 milioni di dollari) alla fondazione no-profit Alliance for Climate Protection. “Il mutamento climatico è la più grande sfida dell’umanità, ma è anche una grande opportunità” ha commentato l’ex numero due di Bill Clinton a Palo Alto, in California, davanti alle telecamere senza però rispondere alle domande dei giornalisti. Una scelta, quella di Gore, che a prima vista può stupire, ma che in realtà è servita all’ex numero due di Clinton ad eludere ogni speculazione su un sua possibile e (im)probabile nuova candidatura alla Casa Bianca. Con tutta probabilità, il Nobel non consentirà a Gore di portare a termine la sua seconda rivincita, ovvero di far fuori Hillary Clinton, con la quale è in pessimi rapporti dai tempi dello scandalo Monica Lewinski. La Signora ha in mano il partito democratico e la politica non segue le emozioni: agli americani piace il Gore ambientalista ma all’America non piace il Gore verde. Il neo Premio Nobel per la Pace sembra averlo capito e a nulla varranno le pressioni del Draft Gore Movement, il movimento di base nato per convincere il vincitore del voto popolare del 2000 a uscire dall’esilio politico. Sì, perché Gore ottenne più voti di Gorge W. Bush, ma perse le elezioni. E proprio oggi Bush, sostenuto da sempre dalle lobby statunitensi dei petrolieri e delle grandi industrie (la prima causa dell’inquinamento e del surriscaldamento del clima) sconta il più basso tasso di gradimento popolare. Il Comandante dell’Impero non ha mai fatto mistero di disprezzare Gore: durante la campagna elettorale lo chiamava “Ozone Man” e, una volta eletto, ha snobbato il suo intervento all’Onu e il suo appello a varare un nuovo Piano Marshall Globale per l’ambiente. “Gore sarà felicissimo, ma io non cambio rotta”, ha commentato Bush l’assegnazione del Nobel. Così come non cambierà rotta Hillary che, grazie al passo indietro del suo più acerrimo e più famoso rivale, oggi compie un altro passo verso quel primato, a cui tanto tiene: la prima donna presidente degli Stati Uniti d’America. Eppure Gore ha fatto più di ogni altro politico per avviare quella rivoluzione necessaria a cambiare il modo di pensare e le abitudini delle persone sugli interventi necessari almeno a rallentare il global warming. I sondaggi dicono che il 90% dei democratici, l’80% degli indipendenti, il 60% dei repubblicani sta dalla sua parte per un’azione immediata sul fronte dell’emergenza clima. Un consenso molto forte che potrebbe consentire a Gore di prendersi la rivincita definitiva, ovvero diventare il kingmaker, colui che designa il vincitore, del prossimo candidato democratico alle prossime elezioni, puntando su quel Barack Obama che, fuori dalle lobby, insegue il vero primato: diventare il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America. ∞

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