Myanmar, continua la repressione e l’Onu è ferma

Finite le proteste, in Maynmar è tempo di repressione “Do you remember Myanmar?”. La domanda andrebbe rivolta ai media italiani che, dopo qualche giorno di copertura hanno rimesso nell’ombra il caso di Myanmar. Nell’ex Birmania, attraversata tra agosto e settembre dalla pacifica protesta dei monaci, si è scatenata la repressione del regime militare, al governo dal 1962: omicidi, deportazioni, fosse comuni e campi di concentramento.
Contadini costretti a marciare. La giunta militare ha bisogno di recuperare credibilità e ha pensato bene di indire una manifestazione di sostegno, facendo sfilare migliaia di persone prelevate forzatamente dai villaggi interni. Il risultato è una manifestazione gioiosa come la coda al rancio dei detenuti dei campi di internamento, attrezzati dai militari nel nord del paese e dove sono rinchiusi i protagonisti delle proteste dei mesi scorsi.
Deportati e uccisi i leader della rivolta. E’ di questi giorni la notizia che tre leader del gruppo “88-Generation” – Htay Gyae, Ming Aung Thing e Mie Mie- coinvolti con la protesta dei monaci buddisti, sono stati arrestati e incarcerati in località diverse del paese. E’ andata peggio a Win Shwe, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, principale partito di opposizione, morto il 9 ottobre per le conseguenze delle torture inflittegli nel carcere di Sagaing. Win Shwe era il collegamento tra i dissidenti all’estero e la rete dell’opposizione in patria ed era sotto arresto fin dal 26 settembre quando iniziò la brutale repressione dei generali.
Ipocrisia Onu. Negli scorsi giorni, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a trovare l’accordo per una risoluzione di condanna e, men che meno, di sanzioni contro i business che arricchiscono la corrotta giunta militare, ovvero pietre preziose (zaffiri e rubini), legno e capi di cotone. Il “merito” di aver salvato i criminali birmani va a Cina e Russia. Liu Zhenmin, rappresentante permanente cinese all’Onu, si è limitato a riferire ai giornalisti che “Pechino appoggia il governo del popolo del Myanmar e l’imminente missione di Ibrahim Gambari”. Il topolino partorito dal Palazzo di Vetro è un atto giuridico pari a una “Dichiarazione presidenziale non vincolante”, ma adottata all’unanimità dai quindici componenti del Consiglio (i cinque permanenti Cina Russia Usa Regno Unito e Francia, più i 10 a rotazione), in cui si “deplora fortemente l’uso della violenza contro i dimostranti pacifici in Myanmar”, e ribadisce l’importanza di “una rapida scarcerazione di tutti i prigionieri politici e dei detenuti ancora in prigione”.
La repressione. Le vittime sono i monaci buddisti che hanno protestato gandhianamente per 16 giorni nelle strade di 25 città del Paese. I militari hanno ucciso almeno 200 persone (e cremato i cadaveri per non lasciarne traccia) e ne hanno incarcerato più di 7mila (alcuni già rilasciati) di cui almeno 2mila avviati ai lavori forzati nella jungla di montagna al confine con l’India, nel lager di Kabaw.
Il precedente. E’ la prima volta dal 1962, anno di avvento del regime dittatoriale, che le Nazioni Unite ‘deplorano’ il comportamento della Giunta socialista che nel 1988 represse con 3mila morti le pacifiche proteste degli studenti e da 12 anni tiene sotto arresto la principale artefice delle proteste gandhiane, il Nobel 1991 per la Pace Aung San Suu Kii. ∞

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