Il popolo degli invisibili

Bambini di strada Li chiamano gli “invisibili” oppure, come in India e Nepal, gli “intoccabili”. Sono il popolo che non esiste: milioni di persone che vivono una vita di stenti e non hanno cittadinanza, semplicemente perché non sono registrati. Se nascono, nessuno li conta, se muoiono non lasciano traccia. Esseri umani invisibili. Sono come ombre nel grande gioco della statistica mondiale. Eppure sono milioni, dall’Asia all’Africa, al Sud America. Sono il popolo delle favelas brasiliane o delle baraccopoli indiane e africane, ma anche delle tribù indigene sparse nelle foreste di mezzo mondo. Di loro si occupa la rivista “The Lancet” nel numero speciale “Who Counts?” (Chi conta?), che è stato presentato oggi a Pechino per lanciare una campagna per esaminare lo stato del paese e certificare gli sforzi affinché nascita, morte e causa di morte di ognuno sia certificata. Il fenomeno riguarda oltre 48 milioni di bimbi: un dato abbozzato, calcolato a spanne. Addirittura nei paesi più poveri 3 nascite su 4 non vengono mai registrate e questo riguarda il 40% nel mondo. “Meno di un terzo della popolazione mondiale – denuncia il direttore di Lancet, Richard Horton – è coperto da dati accurati su nascite e morti. Questo scandalo dell’invisibilità significa che milioni di esseri umani nascono e muoiono senza lasciare traccia della propria esistenza, oltre tre quarti dei quali in Africa sub-sahariana e Sud-Est asiatico”. Gli invisibili sono il serbatoio principale per il traffico di organi umani: il bambino di strada di Nairobi o San Paolo, abbandonato dai genitori e destinato a vivere in strada, può sparire ed essere fatto a pezzi (perché questo succede) senza che qualcuno ne denunci la scomparsa. Molti bambini invisibili finiscono nelle mani di organizzazioni criminali che fanno delle adozioni internazionali un business milioniario, con la complicità delle famiglie occidentali che pur di portarsi a casa il nuovo figlio non chiedono molte spiegazioni sulla provenienza dei piccoli. La casistica conta un’infinità di esempi aberranti: una vera e propria galleria degli orrori umani. “Se nei paesi sviluppati il 100% delle nascite è registrato di routine – riferisce all’Ansa Carla AbouZahr dell’Health Metrics Network dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – in quelli in via di sviluppo ben il 40% non lo è, ovvero oltre 48 milioni di bimbi e nei paesi più poveri 3 nascite su 4 non vengono mai registrate; in Africa sub-sahariana un bimbo su due; in Sud-Est asiatico 2 su 3. E la situazione è peggio per i decessi. Globalmente solo un terzo dei paesi ha buoni dati su decessi e loro cause. Meno del 10% dei decessi in Africa è registrato”. Ben 68 paesi, denuncia Prasanta Mahapatra, Institute of Health Systems di Hyderabad in India, tra cui molti Africani, la Corea del Nord, Andorra, Timor Est, non inviano all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) neanche un dato sulle cause di morte dei propri cittadini. Invece, registrando e monitorando nel tempo le cause di decesso, si può fare tanto in termini di prevenzione. In India il monitoraggio accurato delle nascite ha permesso di smascherare l’odiosa pratica degli aborti dei feti di sesso femminile”. C’è tutto da fare e costruire: ancora oggi non esiste nessuna agenzia delle Nazioni Unite con la responsabilità di registrare nascite e decessi. L’attenzione dei Grandi è rivolta altrove e pochi contrastano forme di sfruttamento e di degrado sociale. Tre anni fa ho lavorato ad un documentario sugli “intoccabili” in Nepal, ovvero coloro che sono fuori dalle caste, gli ultimi degli ultimi, e che la gente non sfiora nemmeno perché impuri. Se uno di loro tocca un bicchiere di latte o un contenitore, è d’obbligo buttare il contenuto. “Maheela” (Donna) era il titolo del documentario. E’ stata una delle esperienze più forti della mia vita. ∞

2 commenti

Archiviato in Costume, Cronaca, Giornalismo, Mondo, Sanità

2 risposte a “Il popolo degli invisibili

  1. Mauro

    Sono in tutto il mondo e più ce ne sono e meno la gente si accorge di loro. Ho passato questo ultimo anno in giro per il centro America fotografandoli ai bordi delle strade, in particolar modo nella Cuba dove i nostalgici negano la loro esistenza. Sono poi rientrato in Italia da dove mancavo da lungo tempo e lì mi sono accorto che ne sono tantissimi, li trovi nel centro di milano, nelle lussuose via della moda, a Torino ai bordi degli storici ed eleganti caffè, a Genova, nella centralissima via xx settembre, e poi nelle provincie, parcheggiati con addosso tutto quello che possiedono. Talmente invisibili che vengono quasi calpestati dalla gente, non sono i classici clochard, te ne accorgi se li guardi negli occhi. In più, spesso, sono giovanissimi. Invisibili nel loro paese d’origine hanno affrontato viaggi allucinanti per scomparire del tutto nel centro di Milano.
    Magari non c’entra niente, gli invisibili sono unaltra cosa, ma mi ha colpito un commento del tg5 in prima serata, il titolo diceva: in italia ci sono 3.000.000 di clandestini, e stiamo parlando solo di quelli regolari.

  2. Pingback: Bangladesh, catastrofe senza cifre « Carta Straccia

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