Otto anni di carcere al pastore tibetano

Tibet, paese invaso e represso dalla Cina Il pastore tibetano Runngye Adak è stato condannato a otto anni di carcere. La sentenza tenuta nascosta per alcuni giorni alla fine è stata resa pubblica. L’accusa per l’uomo, padre di 11 figli, è quella di avere urlato il primo agosto scorso a una festa popolare nella provincia del Sichuan, Cina del Sud, una frase criminale: “Lunga vita al Dalai Lama”. Tre suoi amici, che poche ore dopo l’arresto, si erano permessi di protestare e di chiederne la liberazione sono stati a loro volta imprigionati: la corte li ha ritenuti colpevoli di avere attentato “alla sicurezza nazionale” (agenzia Nuova Cina).

“C’è poco da aggiungere o commentare. Basta che si sappia”, come scrive oggi Fabio Cavalera, corrispondente da Pechino del Corriere della Sera, sul suo blog “La nostra Cina”. Dove sono i guardiani planetari della democrazia? ∞

ps. negli scorsi giorni ho scritto un post a proposito del Dalai Lama e della ritrosia a ricerverlo da parte di politici e governi per non incorrere nella reazione di Pechino.

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1 Commento

Archiviato in Attualità, Cina, Cronaca, Diritti umani, Mondo, Politica

Una risposta a “Otto anni di carcere al pastore tibetano

  1. mauro

    Tutti sappiamo che se invece che la Cina fosse un altro paese, commercialmente meno importante, ci sarebbero già state minacce di bombardamenti, sanzioni, embarghi. Purtroppo la Cina è troppo appetibile e allora “vale la pena” fare come gli struzzi e far finta di nulla. Mi auguro che la politica, per lo meno la nostra, abbia il coraggio di far sentire la propria voce. Anche la società civile deve opporsi con vigore a queste violazioni dei diritti umani, tra le più crudeli e datate. Penso che si è fatto troppo poco, nonostante le simpatie che il popolo tibetano e buddista suscitano nel mondo. Caro Pier, spero che se ne continui a parlare. Magari si potrebbe anche pensare a qualcosa di concreto, qualche azione o iniziativa. Tibet e Nepal sono due paesi magnifici, conosciuti quasi esclusivamente per le bellezze del paesaggio, dimenticando che la cosa più bella sono i popoli che ci vivono e che sono tra i più sfortunati della terra.

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