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Fratelli di Gravina, libero il padre

I genitori dei due fratelli di Gravina Lascia il carcere e va agli arresti domiciliari  Filippo Pappalardi, padre  di Ciccio e Tore, in carcere dal 27 novembre 2007 con l’accusa di aver ucciso i suoi due figli, trovati morti in una cisterna abbandonata a Gravina in Puglia venti mesi dopo la loro misteriosa scomparsa. Dopo il rinvio di ieri è questa la decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari Giulia Romanazzi che ha accettato l’istanza di scarcerazione presentata dalla difesa del genitore, in carcere dal 27 novembre 2007. Di fatto, dopo il ritrovamento dei due cadaveri, erano cadute molte delle ipotesi fatte dagli investigatori e a carico del padre non erano rimasti prove tali da sostenere l’accusa di omicidio e tenere il genitore in carcere.

Secondo il giudice non si è trattato di un omicidio nei confronti di Pappalardi: fu proprio il padre ad avvistare per l’ultima volta Ciccio e Tore la sera della loro scomparsa, ma “i bambini, verosimilmente, per sottrarsi alla consueta aggressività paterna e a una prevedibile consequenziale punizione, avrebbero istintivamente preferito la fuga”. Sempre il genitore avrebbe inseguito i figli a bordo della sua auto, ma li avrebbe “definitivamente persi di vista in zona via Ianora, cioè proprio lungo quella strada che insistentemente, ma tardivamente, il Pappalardi ha invocato, attribuendo l’avvistamento non a se stesso ma ad altre persone”. Il padre credeva che la fuga di Ciccio e Tore fosse “una temporanea ragazzata”, quindi “è plausibile” che l’uomo abbia cercato i figli “soprattutto nella zona vicina a via Ianora” in cui i ragazzini erano fuggiti dopo averlo visto.

Perché il genitore ha mentito agli investigatori? Il giudice risponde anche a questa domanda: “Non valeva la pena ‘per una bravata da ragazzini’ mettere a repentaglio la propria reputazione di ‘buon padre di famiglia’, e dunque rischiare la perdita dell’agognata potestà genitoriale in via esclusiva”. Per questo Filippo Pappalardi quella sera tardò nel dare l’allarme alla polizia dopo la scomparsa di Ciccio e Tore e successivamente fornì dichiarazioni false agli agenti. ∞

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Fratellini di Gravina, forse una caduta accidentale nel pozzo della morte

Il pozzo di Gravina dove sono caduti i due fratellini

C‘è una nuova verità che sta venendo avanti sul caso dei due fratellini di Gravina, trovati morti nel scorsi giorni in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Francesco e Salvatore sarebbero caduti insieme nel pozzo “accidentalmente”. E’ la convizione di alcune fonti investigative dopo l’esito dei primi esami medico legali. Forse Francesco è stato il primo a precipitare, seguito dal fratellino Salvatore che probabilmente gli è caduto addosso. La ricostruzione dei giorni scorsi – un fratellino che cade, l’altro che scende per salvarlo ma resta imprigionato nella cisterna – perde consistenza. Le dimostrerebbero le radiografie che i medici legali hanno condotto sui resti dei due bambini di Gravina. Francesco, il più grande, ha fratture al bacino, alla tibia e al femore, mentre Salvatore ha soltanto una ferita al piede. Francesco potrebbe essere quindi morto per emorragia; il fratellino sfiancato dal freddo.

La ricostruzione scagionerebbe il padre Filippo Pappalardi, in carcere da novembre con l’accusa di aver ucciso i due figli e di aver nascosto i cadaveri.

«In quarant’anni di professione come medico legale non ho mai visto niente di simile», ha detto il professor Luigi Strada, dell’istituto di medicina legale dell’Università di Bari e consulente della difesa di Filippo Pappalardi. «È stata davvero una morte orribile, specialmente per Salvatore, che si è spento alcune ore dopo la morte del fratello. Dalla scena si ricava che Tore cercò disperatamente una via di uscita indicata da un raggio di luce, ma resosi conto dell’impossibilità di salvarsi, raschiò freneticamente con le unghie una parete del cunicolo», ha spiegato il consulente in un’intervista all’emittente pugliese Telenorba. Strada è sicuro del fatto che Francesco, il primo a cadere nel pozzo, non si rese assolutamente conto del rischio e cadde sul fondo. Tore, invece, nel tentativo di soccorrere il fratello, è sceso cercando di utilizzare gli appigli esistenti nel condotto, riducendo gli effetti della caduta. ∞

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Fratellini di Gravina, la verità dagli esami sui corpi

Il recupero dei corpi

La conferma è arrivata: i due corpi i scoperti casualmente dentro una cisterna di Gravina, a poca distanza dalla loro casa di Gravina, appartengono a Ciccio e Torre, i due fratellini scomparsi nel giugno 2006. I due bambini, Francesco e Salvatore, non sono morti subito dopo la caduta, ma hanno subito una lenta e atroce agonia. Sono morti di fame e freddo. I loro corpi sono mummificati («i resti, incartapecoriti, erano così leggeri che si potevano spostare con una sola mano» ha detto il questore di Bari, Vincenzo Maria Speranza.), sulle loro teste (ridotte a scheletri e ricoperte da muffe) non sono state trovate «grosse lesività evidenti». Impossibile al momento dire se i due ragazzini abbiano fratture agli arti inferiori (compatibili cioè con la caduta).

Saranno gli esami sui corpi a stabilire le cause della caduta nel pozzo (buttati o scivolati accidentalmente) e la presenza di percosse o segni di violenza. Per ora si ragiona sul filo delle ipotesi. Dalle analisi dipende il destino del padre, Filippo Pappalardi, arrestato lo scorso novembre per omicidio e occultamento di cadavere. Contro l’autotrasportatore di 41 anni non ci sono prove schiaccianti ma una serie di indizi: un telefonino lasciato spento mentre, la sera della scomparsa, dice di essere stato alla ricerca dei suoi figli; un baby-testimone che l’accusa di averlo visto portare via in auto i bambini; alcune frasi pronunciate in dialetto gravinese strettissimo, intercettate dalla polizia in casa e in auto, e interpretate come a carico dell’indagato.

Di certo non mancheranno le polemiche su come si sono svolte l’ìnchiesta e le ricerce. L’orrore suscitato dalla vicenda nasce anche dalla consapevolezza della “morte lenta” di Ciccio e Tore: i fratellini di Gravina – forse – avrebbero potuto essere salvati se fossero stati cercati nella cisterna. Ciccio e Tore, segnalati anche in Romania, erano in realtà in un pozzo a poca distanza dalla loro casa. ∞

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Fratellini di Gravina, i cadaveri trovati in un pozzo

Ciccio e Tore, i due fratellini di GravinaRiporto l’agenzia Ansa: “Il soccorso ad un ragazzino di 11 anni, caduto in un pozzo di una casa abbandonata a Gravina in Puglia, ha fatto scoprire in fondo al cunicolo, completamente privo d’acqua, resti umani, che hanno subito fatto pensare ai due fratellini scomparsi il 5 giugno 2005 da Gravina in Puglia, Salvatore e Francesco Pappalardi. ‘Sicuramente si tratta dei due ragazzini Ciccio e Tore, ha detto il questore di Bari Vincenzo Speranza, uscendo dalla casa padronale dove è stato compiuto un sopralluogo in una cisterna molto stretta di raccolta dell’acqua piovana. ‘Abbiamo troppi elementi che coincidono. Il Questore ha aggiunto che i bambini ‘potrebbero essere caduti come potrebbero essere stati buttati”. Nel novembre dell’anno scorso Filippo Pappalardi, autotrasportatore di Gravina e padre di due ragazzini scomparsi, era stata arrestato, perché accusato di essere l’omicida dei due figli e di averne occultato i cadaveri: avrebbe ucciso i figli in un impeto d’ira contrariato dalle loro disubbidienze. I due fratellini erano scomparsi due anni fa senza lasciare tracce e i loro corpi erano stati cercati ovunque ma senza esito, almeno fino ad oggi.

Si conclude con il più tragico dei finali la vicenda dei due fratellini, uccisi due volte: la prima da una mano ignota o da una sorte tremenda, la seconda dall’attenzione morbosa con cui la vicenda è stata seguita.

Riposate in pace, cari Ciccio e Tore. ∞

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Strage alla acciaieria ThyssenKrupp, un omicidio volontario

I funerali degli operai arsi vivi nelle acciaierie Thyssen di Torino A meno di tre mesi dalla strage, la procura di Torino chiude la prima fase dell’inchiesta sull’incendio che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre costò la vita a sette operai della ThyssenKrupp. I magistrati contestano l’accusa di omicidio volontario all’amministratore delegato del gruppo in Italia, Harald Espenhahn, mentre per gli altri (Gerald Priegnitz e Marco Pucci, ai quali si sono aggiunti due dirigenti dello stabilimento torinese) resta in piedi il «classico» omicidio colposo.
E’ la prima volta che per morti sul lavoro ai titolari o rappresentanti delle imprese è rivolta l’accusa di aver ucciso in maniera volontaria, – come un assassino – dei propri dipendenti. Secondo il magistrati infatti, I dirigenti delle acciaierie ThyssenKrupp sapevano che gli operai del proprio stabilimento rischiavano la vita ogni volta che entravano a lavorare, eppure hanno colpevolmente evitato di adottare le necessarie misure di sicurezza antincendio. Uno di essi, addirittura, Harald Espenhahn, l’amministratore delegato del gruppo italiano, avrebbe mandato i lavoratori incontro alla morte con la piena consapevolezza che, nei reparti sguarniti della fabbrica, un incendio sarebbe potuto scoppiare da un momento all’altro.
Mi chiedo ad alta voce se questa misura – su cui si può concordare e firmata dall’immancabile procuratore Raffaele Guariniello – sarebbe stata decisa in altre condizioni, con meno riflettori puntati sul caso, che rimane di una gravità estrema. Il contrario sarebbe grave, così come sarebbe altrettanto grave se magistrati e giudici non applicassero lo stesso metro. ∞

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Rogo ThysenKrupp, la settima croce

L’incendio nell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino E’ morto ieri, 30 dicembre 2007, nel primo pomeriggio, nell’ospedale Cto di Torino, Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio rimasto ferito nell’incendio avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 dicembre nello stabilimento di Torino della ThyssenKrupp. Era l’unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell’incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate. Le altre sei vittime della strage alle acciaierie di Torino sono Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Antonio Santino e Rosario Rodinò.

In segno di lutto, la città di Torino ha cancellato i festeggiamenti di capodanno 2007. Una decisione giusta nel rispetto del dolore delle famiglie. ∞

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Thyssen, la promessa impossibile di Prodi

Alla fince ce l’ha fatta pure Romano Prodi. Il premier, accompagnato dalla moglie, ha partecipato ai funerali di Rosario Rodinò, 26 anni, la sesta vittima della tragedia della ThyssenKrupp. Durante le esequie, celebrate dal cardinale Severino Poletto nella parrocchia Regina della Pace, nella zona nord di Torino, il padre di Rodinò, ha chiesto singhiozzando al capo del nostro governo: “Presidente Prodi, mi prometta che cose così non capiteranno mai più. Guariniello deve andare fino in fondo”. E con lui molti altri operari. Prodi ha risposto a bassa voce: “Prometto, prometto”.

Prodi è una persona seria, un capo di Governo rispettabile, ma una promessa come questa sa molto bene di non porterla rispettare. A meno che non si voglia chiudere una percentuale a due cifre di italiche fabbriche.

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