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TorrentSpy, risarcimento da 111 milioni di dollari

111 milioni di dollari. A tanto ammonta il risarcimento inflitta dal giudice della corte federale di Los Angeles, Florence-Marie Cooper, ai gestori di TorrentSpy, motore di ricerca di file torrent, nei confronti della Motion Picture Association of America (MPAA). La causa legale si è conclusa nel peggiore dei modi e TorrentSpy è stato riconosciuto colpevole di aver violato il copyright.

Soddisfatto del verdetto Dan Glickman, CEO dell’MPAA: “Il sostanzioso rimborso economico manda un forte messaggio circa l’illegalità di questi siti. La scomparsa di TorrentSpy è una chiara vittoria per gli studios e dimostra che questo genere di siti non sono autorizzati a continuare ad operare senza avere a che fare con i detentori dei rispettivi copyright“.

Nello stabilire l’ammontare del risarcimento, il giudice ha deciso di applicare il massimo della pena previsto dal Copyright Act: per ognuna delle 3699 infrazioni di copyright provate nel corso della causa, le major di Hollywood hanno ottenuto un risarcimento di 30.000 dollari, per un totale di circa 111 milioni di dollari.

TorrentSpy aveva tentato di alleggerire la propria posizione, decidendo di chiudere preventivamente il portale Web lo scorso 24 marzo,: tentativo finito male, a giudicare dalla sentenza.

TorrentSpy ha infatti annunciato che potrebbe decidere di impugnare la sentenza del giudice e portare il caso davanti alla Corte d’Appello. Se non altro perché dove li trova tutti quei soldi?

In ogni caso ci sono alcune cose che non mi convincono.

1. Quale risarcimento dovrebbero pagare gli editori o i loro dipendenti quando “scaricano” (uso un termine soft) contenuti ed altro da blog & affini? Ma questo non disturba il business…
2. Non è che la gente scarica musica e video perché le major vendono a prezzo troppo alti? E quanto ci guadagnano le major sul lavoro degli artisti?
3. iTunes a parte, le major poco hanno fatto per seguire l’evoluzione di internet e le abitudini degli utenti. ∞

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Concorrenza Taiwan all’iPhone

La sfida ad Apple e all’iPhone arriva da Taiwan, dove Htc ha presentato il suo modello Diamond Touch. Design modernissimo con sistema operativo Windows mobile 6.1., l’ultimo nato è caratterizzato da dimensioni compatte, dalla navigazione Internet e dall’interfaccia tridimesionale TouchFlo 3D. Htc offre una navigazione Internet in connettività wireless con velocità paragonabile a quella broadband con Hsupa e Hsdpa che viaggia a 7.2 Mbps. ∞

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L’iPhone arriva in Italia

Ora è ufficiale: l’iPhone arriverà a breve in Italia. Tre le novità di un annuncio già anticipato: non sarà un solo gestore a commercializzare il telefonino della melamorsicata,  l’apparecchio avrà una connettività 3G, a larga banda e di terza generazione, e – terza novità – avrà una forma leggermente diversa dagli attuali, disponibile nelle versione da 8 e 16 Gb.

In Italia, l’iPhone sarà venduto contemporaneamente, probabilmente a partire dall’estate, da Telecom, con il  marchio Tim, e Vodafone, le quali dovranno ora proporre (o concordare) delle tariffe internet flat, per un apparecchio che, viste le caratteristiche, sarà sempre “always on”.

Entrambe i gestori hanno già firmato l’accordo, anche se Vodafone ha incluso il mercato italiano in un’intesa che prevede la vendita anche in Australia, Repubblica Ceca, Egitto, Grecia, Italia, India, Portogallo, Nuova Zelanda, Sudafrica e Turchia. Con tutta probabilità è l’estensione dell’accordo – che copre un bacino di  utenti di quasi un miliardo di persone, a far rientrare sul filo di lana Vodafone nel mercato italiano che pareva destinato in esclusiva a Telecom. Attualmente l’iPhone è in commercio dal 2007 in sei paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Irlanda e Austria.

La possibilità di sfruttare la larga banda garantirà di sfruttare appieno i nuovi servizi, già sviluppati da terze parti e disponibili nella rete, fino ad oggi limitati da una connessione Edge, troppo lenta (ma più economica). ∞

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iTunes Store, lo spettacolo inizia

Da qualche ora sul sito americano di iTune Store è possibile pellicole delle principali major cinematografiche per la distribuzione di film di primissima visione (relativamente al mercato home video, e quindi con qualche mese di ritardo rispetto all’uscita nelle sale) in contemporanea con la loro pubblicazione in dvd. Pellicole come come «Juno», «American Gangster» o «Io sono leggenda» sono disponibili al prezzo di 14 dollari e 99 centesimi: solo cinque dollari in più rispetto ai film del catalogo di iTunes, che comprende film anche recenti ma non nuovissimi e circa la metà rispetto al prezzo di vendita dei normali dvd.

L’iniziativa di Apple che mira al monopolio dei film, dopo quello della musica, è di offrire ai propri utenti un’offerta in grado di concorrere con i big del noleggio: Blockbuster o Netflix. ù

Nel negozio virtuale della società della mela morsicata, sarà possibile scegliere tra i film distribuiti da Warner, 20th Century Fox, Walt Disney, Paramount, Universal, Sony Pictures Entertainment, Lionsgate, Image Entertainment e First Look.

Buona visione. ∞

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Flock, un browser niente male

Si avvertiva la mancanza per un utente Mac (o Windows) di un nuovo browser, oltre ai noti Safari e Firefox? No, almeno questa era la risposta fino a qualche tempo fa, fino al momento in cui ho provato Flock.

Flock,è nato da Firefox ed è il browser per il Web 2.0. Chi ha un blog o passa ore ad aggiornare l’account di Facebook o a navigare i video su Youtube dove provarlo. Oltre alle classiche funzioni presenti in ogni browser, Flock sfrutta l’anima sociale del Web. Direttamente dal programma è possibile pubblicare messaggi su un blog, inviare foto su Flickr o interagire con i propri contatti di Facebook. Flock permette di cercare video su Youtube o foto da diversi siti di photo sharing direttamente dal suo interno utilizzando una Media bar visualizzata sotto le normali barre degli indirizzi. Il programma si integra in oltre 10 servizi del cosiddetto Web 2.0, compresi i noti e frequentati Twitter, My Space o LiveJournal. 

Davvero niente male. ∞

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WiMax, chiusa la gara Italiana con incassi record

Il logo del WiMax C‘è chi aveva preannunciato il flop, ma questa volta il ministro delle Telecomunicazioni, Gentiloni aveva visto bene. Tutti i principali lotti sono assegnati con un incasso superiore ai 130 milioni di euro. L’asta italiana per le licenze del nuovo servizio internet senza fili ha superato il record europeo. Merito soprattutto delle due sorprese Ariadsl e Aft-Linkem che hanno investito, rispettivamente, qualcosa come 46 e 24 milioni di euro. Ma merito anche del digital divide imposto dalla rete fissa e da una conformazione morfologica della penisola italiana che bene si adatta a questa tecnologia di origine (militare) israeliana. Guarda a coso proprio come Ariadsl si conferma essere la vera outdsider di questa gara WiMax: ha strappato licenze grazie a forti rilanci, finanziati da fondi di venture esteri (americano-israeliani).

In attesa della comunicazione ufficiale del ministero, emerge che Ariadsl si è aggiudicata il diritto d’uso in ognuna delle sette macroaree regionali previste dalla gara; Aft (ex Megabeam) è subito dietro ma entrambe le società si sono praticamente assicurate una copertura nazionale. A questo si pone, in prospettiva – perché in molte zone i militari hanno fino a 48 mesi per bloccare ancora il rilascio della frequenza – la prospettiva di una concorrenza sempre più serrata tra Adsl, WiFi e WiMax, rete fissa e mobile per la fornitura di Internet senza cavie a la larga banda. A tutto vantaggio  – speriamo – degli utenti italiani che da sempre pagano i canoni più alti per i servizi peggiori d’Europa.

Nell’area Lombardia-Bolzano-Trento, una delle più appetite, una licenza è andata a Ariadsl (con una maxi-offerta da 11 milioni), una ad E-Via e le altre a Aft, Brennercom e Mgm alleata all’imprenditore televisivo Raimondo Lagostena. Di fatto chiusa anche la macroarea Campania-Puglia-Basilicata-Calabria con la vittoria di Ariadsl con 5,5 milioni e Telecom Italia con 5,6 milioni nei lotti che coprono tutte le regioni, mentre in tutti i singoli lotti regionali vince Aft. «Da segnalare – sottolinea Fulvio Sarzana, dello studio Sarzana e Associati, specializzato nelle tematiche tlc e internet – l’attivismo di Mgm, che pure inizialmente aveva contestato le regole di gara, e che ha poi presentato offerte rilevanti per la Toscana (3,3 milioni) e la Liguria (1,6 milioni)».

Nella macroarea Friuli Venezia Giulia-Veneto-Emilia-Romagna-Marche l’hanno spuntata, oltre ai soliti Ariadsl e Aft, anche E-via, il consorzio Assomax, Infracom e City Carrier.

Quanto alle isole, in Sardegna risultano vincenti Ariadsl, Aft e Telecom, lo stesso trio che con ogni probabilità otterrà l’aggiudicazione definitiva anche in Sicilia. ∞

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Microsoft, il gigante apre alle formichine dell’Open source

Steve Ballmer, Ceo di Microsoft Signori, contrordine. Microsoft apre all’open source e tende la mano agli sviluppatori terzi che fino a pochi mesi fa aveva indicato come nemici e portato in tribunale a suon di denunce e risarcimenti danni milionari perché colpevoli di sviluppare applicazioni collegate ai loro software.
Lo storico annuncio è stato dato oggi a Redmond, sede del colosso, dai vertici aziendali alla stampa. C’erano proprio tutti:
il Ceo Steve Ballmer, il Chief Software Architect Ray Ozzie, il senior vice president Server and Tools Business e senior vice president Bob Muglia e il general counsel for Legal and Corporate Affairs di Microsoft Brad Smith.

La nuova strategia del più grande produttore di software al mondo punta tutta sulla interoperabilità.

Come mai il monopolista dei software di milioni di computer apre alla comunità degli sviluppatori, ovvero all’esercito di formichine dei bit? La risposta – ad avviso di chi scrive – è semplice: Microsoft non vuole perdere una sfida strategica, vitale, della prossima era digitale.

Non a caso, Google – che ha già messo all’angolo Microsoft nel Web, tanto da costringerla all’offerta (rifiutata) di acquisto di Yahoo – ha fatto proprio dell’open source un proprio caposaldo, aprendo i codici sorgente delle proprie applicazioni agli sviluppatori di tutto il mondo. Android, la piattaforma di servizi mobile è stato l’ultimo esempio.
La stessa Apple era stata costretta a dicembre ad aprire i segreti del suo ultimo gioiello, l’iPhone, a terzi parti così da permettere lo sviluppo di nuovi servizi e consolidare la diffusione del cellulare sul mercato mondiale.

Fino a ieri, invece Microsoft, aveva preferito contrastare gli sviluppatori indipendenti. Lo stesso Ballmer spiegava così a maggio la linea dura di Redmont: «Viviamo in un mondo che rispetta la proprietà intellettuale e la comunità open source deve stare alle regole del gioco. Il cosiddetto free software infrange 235 brevetti appartenenti alla Microsoft. Questa situazione deve finire».

Le cose sono cambiate, merito anche della progressiva forza delle formichine contro il colosso sempre più in difficoltà. Negli scorsi mesi sono arrivati gli accordi con Novell e Turbolinux, seguiti dalla rinuncia a procedere nei confronti di singoli sviluppatori. Non a caso il prossimo 27 febbraio Microsoft spiegherà il segreto del suo nuovo slogan: “(Forge) new powers”.∞

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