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TorrentSpy, risarcimento da 111 milioni di dollari

111 milioni di dollari. A tanto ammonta il risarcimento inflitta dal giudice della corte federale di Los Angeles, Florence-Marie Cooper, ai gestori di TorrentSpy, motore di ricerca di file torrent, nei confronti della Motion Picture Association of America (MPAA). La causa legale si è conclusa nel peggiore dei modi e TorrentSpy è stato riconosciuto colpevole di aver violato il copyright.

Soddisfatto del verdetto Dan Glickman, CEO dell’MPAA: “Il sostanzioso rimborso economico manda un forte messaggio circa l’illegalità di questi siti. La scomparsa di TorrentSpy è una chiara vittoria per gli studios e dimostra che questo genere di siti non sono autorizzati a continuare ad operare senza avere a che fare con i detentori dei rispettivi copyright“.

Nello stabilire l’ammontare del risarcimento, il giudice ha deciso di applicare il massimo della pena previsto dal Copyright Act: per ognuna delle 3699 infrazioni di copyright provate nel corso della causa, le major di Hollywood hanno ottenuto un risarcimento di 30.000 dollari, per un totale di circa 111 milioni di dollari.

TorrentSpy aveva tentato di alleggerire la propria posizione, decidendo di chiudere preventivamente il portale Web lo scorso 24 marzo,: tentativo finito male, a giudicare dalla sentenza.

TorrentSpy ha infatti annunciato che potrebbe decidere di impugnare la sentenza del giudice e portare il caso davanti alla Corte d’Appello. Se non altro perché dove li trova tutti quei soldi?

In ogni caso ci sono alcune cose che non mi convincono.

1. Quale risarcimento dovrebbero pagare gli editori o i loro dipendenti quando “scaricano” (uso un termine soft) contenuti ed altro da blog & affini? Ma questo non disturba il business…
2. Non è che la gente scarica musica e video perché le major vendono a prezzo troppo alti? E quanto ci guadagnano le major sul lavoro degli artisti?
3. iTunes a parte, le major poco hanno fatto per seguire l’evoluzione di internet e le abitudini degli utenti. ∞

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Fratelli di Gravina, libero il padre

I genitori dei due fratelli di Gravina Lascia il carcere e va agli arresti domiciliari  Filippo Pappalardi, padre  di Ciccio e Tore, in carcere dal 27 novembre 2007 con l’accusa di aver ucciso i suoi due figli, trovati morti in una cisterna abbandonata a Gravina in Puglia venti mesi dopo la loro misteriosa scomparsa. Dopo il rinvio di ieri è questa la decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari Giulia Romanazzi che ha accettato l’istanza di scarcerazione presentata dalla difesa del genitore, in carcere dal 27 novembre 2007. Di fatto, dopo il ritrovamento dei due cadaveri, erano cadute molte delle ipotesi fatte dagli investigatori e a carico del padre non erano rimasti prove tali da sostenere l’accusa di omicidio e tenere il genitore in carcere.

Secondo il giudice non si è trattato di un omicidio nei confronti di Pappalardi: fu proprio il padre ad avvistare per l’ultima volta Ciccio e Tore la sera della loro scomparsa, ma “i bambini, verosimilmente, per sottrarsi alla consueta aggressività paterna e a una prevedibile consequenziale punizione, avrebbero istintivamente preferito la fuga”. Sempre il genitore avrebbe inseguito i figli a bordo della sua auto, ma li avrebbe “definitivamente persi di vista in zona via Ianora, cioè proprio lungo quella strada che insistentemente, ma tardivamente, il Pappalardi ha invocato, attribuendo l’avvistamento non a se stesso ma ad altre persone”. Il padre credeva che la fuga di Ciccio e Tore fosse “una temporanea ragazzata”, quindi “è plausibile” che l’uomo abbia cercato i figli “soprattutto nella zona vicina a via Ianora” in cui i ragazzini erano fuggiti dopo averlo visto.

Perché il genitore ha mentito agli investigatori? Il giudice risponde anche a questa domanda: “Non valeva la pena ‘per una bravata da ragazzini’ mettere a repentaglio la propria reputazione di ‘buon padre di famiglia’, e dunque rischiare la perdita dell’agognata potestà genitoriale in via esclusiva”. Per questo Filippo Pappalardi quella sera tardò nel dare l’allarme alla polizia dopo la scomparsa di Ciccio e Tore e successivamente fornì dichiarazioni false agli agenti. ∞

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Il capo ti spia… cambia email

La posta elettronica violata

 Il datore di lavoro o il tuo dirigente può leggere in modo del tutto legittimo le email aziendali dei dipendenti, a patto che l’azienda abbia imposto la comunicazione della password del computer e della posta al superiore gerarchico. A stabilirlo è la Corte di Cassazione che ha confermato la sentenza di assoluzione decisa dal Tribunale di Torino  nei confronti di un datore di lavoro che aveva letto le e-mail aziendali di una dipendente. La donna era stata licenziata in seguito proprio a causa dei contenuti della posta elettronica.

La decisione è sorprendente. Sacro il principio che sancisce l’allontanamento del dipendente che agisce contro gli interessi dell’azienda, ci si domanda se il rapporto di forza – ad esempio, al momento dell’assunzione – sia equilibrato fra datore di lavoro e dipendente (pronto a sacrificare la privacy per il posto fisso…) oppure dell’uso seriale che un superiore potrebbe decidere nei confronti del subalterno che così si vedrebbe privato della riservatezza, altro principio riconosciuto ad una persona umano. Io non gradirei l’intrusione del capo nel mio computer, dentro cui custodisco anche cose riservate, certo non contrarie all’azienda per cui lavoro ma pur sempre private.  Certo posso attivare una casella di posta elettronica di uno dei tanti operatori della rete, ma l’escamotage non salva il diritto violato.

Il Grande Fratello sempre più presente non ha bisogno certo dei giudici per metterci sotto la sua lente di ingrandimento. ∞

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Fantastici Topolino e Paperino al tribunale della vita

Paperino e Topolino Luigi Ferrarella è un signor Giornalista. Scrive per il Corriere della Sera e presidia con in modo ingegneristico (e non solo) il Tribunale di Milano. Per anni l’ho avuto “contro”. Io scrivevo per Repubblica, lui per il Corsera: due giornali concorrenti su tutto, anche sui cronisti. Dalla rivalità è una nata un’amicizia. Seguo sempre, a distanza di anni, le sue cronache, puntuali e complete come poche se ne leggono in giro. Oggi, Luigi ci regala un articolo dei suoi: la convocazione dinnanzi al giudice di Paperino, Topolino, Titti e Paperina, per una causa che vede coinvolte Disney e Warner Bors. Le due major, che fanno parte dello stesso gruppo, sono parti lese in un caso di contraffazione di gadget a Napoli e il 7 dicembre i giudici attenderanno i quattro “pupazzi” in qualità di testimone. In realtà, si tratta – come scrive Luigi – di un errore di cancelleria, reso possibile e “animato” dal cortocircuito della burocrazia italiana. Quel giorno non vedremo i personaggi di Disney varcare il portone di via Freguglia a Milano. Chissà che il caso non trasformi in fumetto un luogo fisico, qual è Palazzo di Giustizia di Milano: una miniera di storie con personaggi fantastici. Ai più sconosciuti. Per una volta tanto, la fantasia riuscirebbe ad eguagliare la realtà. E lì dentro, ne sono certo, Luigi troverebbe un ruolo di primo piano. Lui è il Numero Uno. ∞

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Il Csm ha deciso: Forleo via da Milano

Clementina Forleo La giudice Clementina Forleo lascerà Milano: non per volontà sua ma per volontà del Csm. Secondo le prime indiscrezioni, domani l’organo di autogoverno della magistratura italiana formalizzerà la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti del giudice protagonista di alcuni provvedimenti su inchieste importanti, quali Antonveneta.
E proprio nell’ambito di questa inchiesta, la giudice Forleo ha denunciato in televisione presunti complotti ai suoi danni. Ebbene, al termine dell’indagine, i consiglieri di Palazzo dei Marescialli non avrebbero trovato alcuni riscontro alle dichiarazioni del giudice Forleo. Da qui la decisione, all’unanimità, di trasferire Forleo altrove: le parole del giudice avrebbero creato disagio e preoccupazione negli uffici giudiziari milanesi.
Ecco la dichiarazione di Letizia Vacca, vice presidente della Commissione: «Siamo tutti allarmati dall’ impatto che hanno avuto le sue parole, risultate eccessive, forzate e gravissime. Le sue dichiarazioni hanno creato preoccupazione negli ambienti giudiziarie e sono state lesive dell’immagine dei magistrati di Milano, che si sono sentiti offesi. La situazione appare completamente diversa da come è stata rappresentata da Forleo: non risulta nessun complotto e nessuna intimidazione». «Lo spirito che ci muove – puntualizza la vice presidente – non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano».
Secondo Vacca, la procedura potrebbe essere aperta sia per incompatibilità ambientale, sia per quella funzionale. Il che significa che sarebbe in discussione non solo la permanenza di Forleo a Milano, ma anche il fatto che il magistrato continui a esercitare funzioni monocratiche, ovvero quelle di giudice per le indagini preliminari.
A suo tempo avevo criticato il comportamento della gip Clementina Forleo. Ora non posso che sottoscrivere la decisione del Csm: un magistrato non è un politico, non può apparire in televisione e denunciare fatti – come pare concludere la stessa indagine del Csm – mai avvenuti. E’ già censurabile il primo passaggio (la televisione), il secondo (dichiarazioni senza riscontri) supera ogni limite. Se Clementina avesse avuto qualcosa di denunciare, doveva rivolgersi alla stessa magistratura: lo impone il codice e non passare attraverso i riflettori della televisione. Ora prepariamoci al bagno di retorica, mediatico e non. Tutti a difesa di Forleo, martire per la Giustizia. Mah… ∞

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